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> recensioni musica italiana APRILE 2006 < |
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NOMADI
O con me o contro di me
Atlantic
Titolo bello e forte: un titolo dal sapore antico e guerriero come vuole ormai la leggenda, ma anche la realtà, di questo gruppo che si definisce “storico” e che invece si sforza, riuscendoci, di essere di grande attualità nelle storie che racconta e nello stesso modo di essere. Si spiga così anche il recente passaggio al Festival, e poco importa se questo passaggio non lascerà segno negli annali perché troppo distanti i due mondi. Ma la distanza non significa per forza assenza, come dimostra una delle più belle canzoni del CD, L’aviatore, storia di un astronauta che non può ritornare sulla Terra e che conserva il piacere di ricordarla come un luogo d’amore anche se sta per esplodergli sotto gli occhi. Questa canzone è importante perché è la dimostrazione che i Nomadi possiedono ancora nel Dna quella stagione di stupore e di visione che permetteva agli artisti di guardare il cielo e di immaginarselo animato, la stagione della fantascienza e degli anni ’60, di Woodstock e della voglia di cambiare il mondo a colpi di canzoni. Da questa idea sempre viva derivano tutte le dieci canzoni suonate con il solito impatto di ballata rock e con Paolo Fresu ospite con la sua tromba in Occhi aperti e in Ci vuole distanza, che assumono così un’inaspettata e affascinante coloritura jazzy.
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RICCARDO COCCIANTE
Tutti i miei sogni
Columbia
Stagione di premi e celebrazioni per Riccardo Cocciante. E’ transitato dal festival di Sanremo per un riconoscimento “alla carriera” e ora eccola qui la sua carriera, in un album triplo di eccezionale densità che arriva a cavallo del successo della sua opera di moderno creatore di opere musicali (in attesa nel prossimo anno del nuovo “Romeo e Giulietta” con il testo di Pasquale Panella) e del parziale insuccesso del recente album “Songs”, meno capito dal pubblico con il suo afflato panlinguistico. “I sogni” di Cocciante partono dai primissimi anni ’70 con brani oggi dimenticati come Uomo, Ora che sono luce, e poi naturalmente volano subito alti con canzoni che hanno fatto la storia della musica italiana: Bella senz’anima, Margherita, Quando finisce un amore, Io canto, Celeste Nostalgia e avanti così per un totale di 52 canzoni comprese le recenti Sulle labbra e Nel pensiero e Tu Italia.
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AUDIO 2
Acquatiche trasparenze
LevelOne/Self
Ritornano le belle e limpide melodie degli Audio 2, formazione di purissimo e piacevole pop affacciatosi con grande successo nel cuore degli anni ’90: Enzo Leomporro e Gianni Donzelli si sono imposti come interpreti e autori (anche per Mina e Celentano e per i film di Leonardo Pieraccioni) e dopo un periodo di silenzio rieccoli qui sostenuti dagli arrangiamenti di Adriano Pennino che contribuiscono a dare continuità espressiva e omogeneità tematica alle 12 canzoni. In particolare colpisce la rotondità del meccanismo creativo organizzato dal duo perché le canzoni, pur con le loro differenze, arrivano all’orecchio in un continuum avvolgente, quasi come una grande e lunga canzone divisa in più sezioni. E di queste sezioni meritano una citazione speciale Zucchero amaro, Siamo, Quoziente astratto e la iniziale Come due bambini.
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> recensioni musica jazz APRILE 2006 < |
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PAUL MOTIAN
Garden Of Eden
ECM
A settantacinque anni, superati i problemi cardiaci che ne avevano notevolmente limitato l’attività, Motian sembra aver ritrovato una grande voglia di fare musica. Così, dopo aver ricostruito il trio con Frisell e Lovano e partecipato agli ultimi dischi di Rava e Stenson su Ecm, eccolo tornare in pista da leader con quella che è a tutti gli effetti una nuova edizione della Electric Bebop Band. Ma attenzione: più che di bebop, si dovrebbe parlare di cool jazz per questa musica che predilige atmosfere notturne ed evanescenti e si sviluppa per lunghe improvvisazioni collettive basate su sorvegliatissimi contrappunti. Qui non si lavora sul repertorio, a dispetto dei due classici di Mingus in apertura e dei brani di Monk e Parker in chiusura; piuttosto, si pratica una certa idea del jazz fatta di lunghe linee strumentali e di armonie a volte appena suggerite. Un’idea “moderna” ma viva, mai stilizzata. Sono soprattutto le composizioni originali (sette di Motian e una ciascuno per Cheek e Cardenas), oltre alla ninnananna Bill di Jeroma Kern incastonata tra esse, a dare il tono al disco, componendo una serie di quadri enigmatici, a tratti sfuggenti, dove affiorano echi mingusiani nelle voci dei due sax o melodie a la Ornette (Mesmer). L’immagine stereo colloca i musicisti nello spazio in modo preciso, con Cardenas all’estrema sinistra e poi, scivolando verso destra, Malaby, Monder e Harris al centro, e ancora Cheek e Bro. Quasi a tenerli insieme a dar loro i tempi, i tamburi di Motian sono invece davanti a tutti: più che mai sbilenchi, irregolari e originalissimi negli accenti, ricchi di swing e di colori. Basta ascoltarli nella parte finale di Garden Of Eden, quando restano da soli a dialogare con il silenzio.
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ANDREW HILL
Tima Lines
Blue Note
Il sessantanovenne pianista afroamericano Andrei Hill firma un nuovo album che, diversamente dalle sue ultime produzioni, lo vede impegnato alla testa di un piccolo gruppo, un quintetto nel quale figura un grande trombettista Charles Tolliver, solista e autore che visse il suo periodo di maggior creatività nel corso degli anni ’70 ed oggi si rivela ancora musicista interessante e lontano dai modelli alla moda. Ogni album di Hill, e questo non fa eccezione, sorprende per le originali soluzioni formali che il leader (autore di tutte le composizioni) utilizza per far dialogare il gruppo all’interno di contesti sghembi, astratti, in cui sembra di ascoltare la progressiva corrosione delle strutture articolate dei suoi brani anni ’60, quelli che davano vita ad album che oggi sono giustamente considerati storici (Point Of Departure e Black Fire). Oltre a Tolliver ci sono l’eclettico Craig Tardy ai clarinetti ed al sax tenore, particolarmente espressivo proprio con il clarinetto basso, quindi il contrabbassista John Hebert ed il batterista Eric McPherson, abili a muoversi nelle pieghe di una musica che va seguita con attenzione in ogni suo dettaglio e nella quale il pianoforte di Hill si presenta, antivirtuosisticamente, in una direzione quasi minimale, asciutta, essenziale, ma fortemente evocativa. Rispetto alla small bands che ha guidato negli ultimi anni, quelli del grande ritorno in scena suggellato da riconoscimenti, il piccolo gruppo consente ad Hill un maggior dinamismo interno ed un ulteriore sviluppo degli aspetti legati all’improvvisazione.
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ROBERT GLASPER
Canvas
BLUE NOTE
Glasper, ventisettenne pianista di Houston, compone quasi tutti i brani di questo suo esordio Blue Note. Si parte bene con Rise And Shine, ottimo tema che si sviluppa in un incalzante vamp ed esalta le doti del leader, ben sostenuto dai giovani patner: fraseggio sicuro e brillante, armonizzazioni moderne ma fortemente radicate nella tradizione, pianismo hancockiano con una vena hip hop, coadiuvata dalla presenza di Bilal. Non si pensi a ibride commistioni di ritmiche e sonorità nere, campionamenti e rap: si tratta di un disco prevalentemente in trio e acustico, in cui le influenze pop sono metabolizzate e integrate coerentemente in un lessico decisamente jazzistico, come nella ballad che intitola il disco, affidata a Turner. Portrait Of An Angel è un delicato tre quarti che fa tesoro della lezione di Jarrett e, soprattutto, di Evans cui è dedicato un esplicito omaggio musicale: in Enoch’s Meditation, su un groove quasi jungle di reid, Glasper cita Blue in Green. Altro omaggio a un grande maestro è Riot di Hancock, in cui ascoltiamo Glasper al piano elettrico e acustico, ancora una volta con ottimi risultati. Tuttavia, nonostante l’esplorazione di metriche e sonorità insolite pur nel rispetto della tradizione e del linguaggio del jazz. Glasper ha un indubbio talento… Ne sentiremo parlare.
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> recensioni musica estera APRILE 2006 < |
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GOTAN PROJECT
Lunatico
!Ya Basta!/Self
Il precedente album”La Revancha del Tango” ha venduto solo in Italia ben 100 mila copie: e già basta questo dato freddo per spiegare il caldissimo entusiasmo che ha accolto il debutto del Gotan Project. Una musica generata fuori dai normali circuiti della modernità con una grande carica di ricerca. Difficile quindi pensare a un bis, e invece questo nuovo “Lunatico” è esattamente quello che i molti appassionati si aspettavano: ovvero il miglioramento di qualcosa che già era perfetto, piccoli spostamenti di tiro senza rinnegare il passato, l’allargamento ad altri compagni di strada ma senza snaturare il senso dell’intuizione primaria. Che era prendere il tango e farlo diventare un’autostrada verso il mondo. Una strada che parte dal Cafè Tortoni (al quale è dedicato il brano omonimo arricchito dalla voce sensualissima di Patrice Caratino), celebre ritrovo della vecchia Buenos Aires, e si spande in tutte le direzioni e cattura gli echi di Carlos Gardel e il moderno rap, i suoni dei Calexico, la voce di Juan Carlos Caceres), il classico bandoneon ma anche il super classico violoncello
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MORRISSEY
Ringleader of the Tormentors
Attack Records/Edel
Si può cominciare da Dear God, please help me, epica cronaca di una passeggiata romana con cuore in subbuglio su arrangiamento firmato Morricone: un pezzo di grande respiro, che da solo offre la misura dell’ambizione che ha mosso Morrissey nella realizzazione di questo album da “vacanze capitoline”. L’impressione viene confermata da quella sorta di sontuosa suite che risponde al titolo di Life is a pigsty: Ringleader of the tormentors è l’instantanea di un riscatto, il manifesto di un artista che ha deciso di sfidarsi mettendo in campo partiture decisamente più ambiziose che in passato, che fanno da cornice a riflessioni mai così esplicite sul sesso, sulla morte (lascia di sasso I will see you in far off placet), sull’amore e l’odio. E’ una dimensione nella quale non tutto gira come dovrebbe, dove canzoni che aspirano ad essere importanti suonano ancora un po’ ingolfate, incapaci di mettersi definitivamente in moto. Ma il bilancio finale, grazie anche ad un singolo eccellente come You have killed me, è positivo, e dice di un artista che sembra aver ritrovato, dopo tanti anni di pace dei sensi artistici, lo stimolo per tornare ad essere provocatorio, stimolante ed influente come ai suoi tempi d’oro.
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PINK
I’m not dead
Arista
Ragazza terribile di quel suono mixato e travolgente che si colloca sulla scia della grande rivoluzione di Madonna, Pink in questo album vuole dimostrare - e ci riesce, è il caso di dirlo subito - che tutte le smorfie delle foto e le dichiarazioni da ragazza cattiva possono convivere con un livello superiore di creatività, più matura e responsabile, come dimostrano un paio di ballate più consapevoli come Dear Mr. President o come la stessa I’m Not Dead nella quale Pink si diverte a fare la faccia feroce ma non abdica all’uso del cervello. Anticipato dal singolo Stupid Girls, che è stato al centro di molte polemiche perché tanti hanno visto nelle “ragazze stupidine” certe ragazze dello show-biz americano, tutto l’album si colloca a un livello di notevole qualità nell’evidente tentativo di scavarsi un ruolo di pop maturo pur senza rinunciare a qualche zingarata in direzione hip-hop.
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