il negozio      le offerte     [ le recensioni ]    classifiche     contatti    

 
> recensioni musica italiana GIUGNO 2006 <


SAMUELE BERSANI
L’Aldiquà
Ricordi

Samuele Bersani con la sua canzone che procede come il volo di un falco: sembra stazionare in un cielo tutto suo, sembra volteggiare tra giochi di parole e assonanze di difficile comprensione e invece - all’improvviso - eccola tuffarsi a terra e mordere come un’inchiesta giornalistica d’altri tempi. Come una canzone appunto che non narra e non inventa, al massimo trasfigura. Tutte le dieci canzoni de “L’Aldiquà” sono la dimostrazione di questo meccanismo messo a punto in modo perfetto: se altre volte Bersani sembrava eccedere in sperimentalismo giocoso, qui è più attento al punto di vista del lettore che deve decifrare. Il primo segnale di questo cambio di tendenza arriva immediatamente con la prima canzone Lascia stare: “Lascia stare tutto quello che non vedi, è inutile fissarsi/andare con lo sguardo oltre alle montagne del quadro che hai davanti”, il tutto cantato con un tono da amico pensoso e pensante. Il tutto avviene a modo suo, naturalmente, visto che Bersani non rinuncia a tagli narrativi più originali, non rinuncia alla provocazione de La soggettiva del pollo arrosto o alla già famosa Lo scrutatore non votante che qualche settimana fa ha iniziato a girare in radio come primo singolo. Ma in altri titoli l’aderenza alla storia è totale, che sia tragica come in occhiali rotti, canzone dedicato ad Enzo Baldoni, il giornalista freelance morto in Iraq, o che sia allegra come ne Il maratoneta. Con la seconda viene messa in scena la caotica frenesia allegra che avvolge una gara domenicale con una tale ricchezza di dettagli che fa pensare a una passione vera. E così nella testa dell’ascoltatore affiora una parola che non sempre le canzoni di Bersani hanno stimolatio in passato: “divertenti”. Sì, l’aldiquà di Samuele è divertente, oltre che intelligente.




PIERO PELU’
In Faccia
T.E.G.

Continua la vita felice di Piero Pelù, consolidato musicista solista giunto a un passaggio importante nella propria carriera: il passaggio a una nuova casa discografica. C’è sempre una ripartenza - di progetti, grinta e forma - in questi passaggi e Pelù da l’impressione di voler accelerare ulteriormente anche in questa fase portando in dote al suo pubblico un nuovo album intimamente pieno e ricco di quei sapori che da sempre caratterizzano la sua cucina sonora: la vocalità intensa e drammatica, le pennellate di rock esplosivo, il gusto per la ballata potente, il coraggio delle posizioni come nella intensa Grand Hotel la Muerte dedicato al tema della condanna a morte con quel suo incedere lento d’atmosfera e un cantante molto ma molto mefistofelico. Tutto il CD si presenta compatto, senza troppi arzigogoli, ben delineato nella sua struttura di base con l’apertura di grande impatto (il singolo Tribù) e poi una successione di canzoni ben costruite e arrangiate da Pelù con Saverio Lanza (mentre le parti di archi sono curate dallo stesso Lanza con Celso Valli, il quale nello scatenato Segni in faccia recupera anche il desueto theremin). Passando da Fiorirà che rende in qualche modo omaggio a Domenico Modugno o Ennio Morricone con la sua andatura western, l’album conferma lo spessore e l’identità di Pelù soprattutto in Sorella Notte, probabilmente la canzone più classica e attesa, più in sintonia con l’immagine dell’uomo e del musicista.




 


FABRI FIBRA
Tradimento
Universal

L’esordio discografico con una major di Fabri Fibra, nonostante abbia già mietuto consensi tra i teenegers scatenati, non convince il pubblico adulto e gli estimatori del black sound. Tradimento appare “ostentato” in ogni singolo aspetto, dalla copertina, ai testi fino alle produzioni. E’ proprio il musical side che suscita maggiori perplessità, visto che nel team di produttori del disco figura anche Fish, uno dei più quotati music makers della scena rap italiana. Passi pure una certa e ormai infantile ammirazione per la West Coast e il nuovo dirty south sound alla Lil’ John, purchè gli imput originali vengano rielaborati con un genuino estro italico. In “Tradimento” non si ha traccia di questo processo se non in pochi pezzi come Tutti Matti, riuscito esperimento di crossover grazie anche alla chitarra di Marco Greganti, e Idee Stupide arricchito dalla suggestiva voce di Diego Mancino. Il signor Fibra è rimandato a settembre: studiare anziché sbandierare ai quattro venti la pericolosità dei suoi testi espliciti potrebbe essere un buon nuovo inizio.





> recensioni musica jazz GIUGNO 2006 <
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
 


PIPPO MATINO
Essential Team
Alfamusic/Egea

E’ il più internazionale dei bassisti elettrici italiani. E forse anche il più virtuoso. Lo sanno bene nomi del calibro di Billy Cobham e dei Manhatthan Transfer, con cui Matino ha suonato. Dodici anni dopo il bel debutto “Bassa Tensione”, il suo secondo CD ha una deriva marcatamente spostata verso orizzonti già esplorati dai Weather Report e da Jaco Pastorius. E con “Night Passage” e “Port of Entry” l’omaggio ai nomi citati è diretto. Il resto sono pezzi originali in cui spiccano, tra gli altri, il notevole Claudio Romano alla batteria e Stefano Di Battista al sax e in cui Matino da sfoggio della sua tecnica, presente ma non noiosa. Pressante, tirato, a tratti un poco didattico e assai virtuosistico, “Essential Team” è un disco per pochi, forse, sicuramente non per tutti.

 




 
 
   
 
   
 
   
 
 

SCRIGNOLI - MARTINO - LAVIANO
Changing Trane - The Music Of John Coltrane
DODICILUNE


Affrontando Coltrane, specie al sassofono, si rischia sempre l’inutile imitazione o l’omaggio che ingessa l’originale in un oggetto da museo, tradendone l’ispirazione più vera: l’inesausta spinta alla ricerca. I tre musicisti che anno dato vita a questo omaggio hanno intelligentemente scelto di “cambiar treno”: restituire i temi scritti da Coltrane o a lui associati (più tre composizioni originali) in maniera del tutto originale, basata unicamente sulla propria identità musicale collettiva. Le atmosfere sono pastello, quasi cool; il discorso sommesso ma non meno intenso. L’approccio funziona prevedibilmente meglio nei blues e nella ballad, che sono la maggioranza nel repertorio; particolarmente riuscite le riletture sospese, quasi attonite, di melodie come Dear Lord e Naisma ma anche un danzante After The Rain. La forza espressiva di Coltrane non è richiamata attraverso il volume o la concitazione ma dal teso interplay. Al di la delle singole doti tecniche, colpisce la capacità di ascolto e di sintesi.



   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   




RITA MARCOTULLI
The Light Side Of The Moon
LE CHANTE DU MONDE/Egea


Dopo il mutidirezionale “Koiné” ecco la pianista romana ripresentarsi con un album in cui tratti distintivi sono per conto l’economia di mezzi e un’assoluta linearità di ispirazione e temperature, peraltro in una logica conseguente rispetto a quel precedente (di cui è ripreso il brano eponimo). Qui come la, a farla da padrone sono situazioni molto nitide, tornite, cantabili, largamente descrittive. Talora si rasenta la new age ma la pianista non pare preoccuparsene e anzi, a proposito di Us And Them, racconta: “Un giorno, in studio, mentre ci stavo lavorando, Anna Maria ha commentato: “Come sono chiari i tuoi Pink Floyd, luminosi come il resto; una luna chiara, però…The Light Side Of The Moon! Rita, dovresti fare un disco che si intitola così”. Tutta concentrata sul pianoforte, Rita Marcotulli confeziona un CD che dell’universo jazzistico non condivide né l’impatto, né i suoni, né - si direbbe - l’intenzione, l’atteggiamento creativo. Ma anche questo non sembra importarle troppo.

 





> recensioni musica estera GIUGNO 2006 <
   
   
 
   
   
   
   
 
 
   
   
 
 



SERGIO MENDES
Timeless
Concord/Hear Universal

Timeless = senza tempo. Senza tempo l’immagine di copertina che ritrae il volto areografato di un Mendes ventenne e luccicante. Senza tempo la musica di una icona del brazilian sound che da più di quattro decadi risuona in tutto il mondo. Senza tempo il suo nuovo lavoro che accosta con disinvoltura bossa nova e hip hop in modo sorprendentemente compatibile. Prodotto e fortemente voluto da will.i.am dei Black Eyed Peas, Timeless è uno dei rari esempi di come la tradizione carioca possa essere dilucidata a nuovo senza risultare banale e pacchiana. La classe del leggendario pianista brasiliano e lo street style del rapper superstar del momento rivitalizzano la celeberrima Mas Que Nada e chiamano per l’intero progetto una folta lista di colleghi: Stevie Wonder (armonica in Berimbau/Consolacao), Eryka Badu (That Heat), India Arie (nella title track co-scritta con Mendes), Jill Scott (Let me), mentre a John Legend l’onore di scrivere e cantare Please Baby Don’t, nuova soul ballad. E se QTip rappa sulla deliziosa The FRog, in Samba De Bencao tutto è latin: il rapper Marcelo D2 e le chitarre acustiche del Maogani Quartet, Melodia e ritmo, senza tempo.



 
 
   
 
   
   
   
 
   
   
   
 
 



PEARL JAM
Pearl Jam
J Records


Hanno vissuto la tragedia di Roskilde, hanno perso (e sonoramente) quella che era diventata quasi una battaglia personale per mandare a casa George W Bush, si sono ritrovati confinati nell’angolo delle minoranze da una nuova arrembante generazione che reclama spazio. E da qui ora rilanciano, ringhiosi come non capitava di sentirli da parecchio tempo a questa parte. Il loro ottavo album di studio parte a razzo, recuperando addirittura antiche memorie hardcore californiane (Life wasted, Comatose) e ipotizzando un suicidio planetario sull’incedere apocalittico del singolo Wold wide suicide. Non è tutto rabbia e saturazione elettrica: più avanti il disco stempera i bollori nei cori quasi beatlesiani di Parachutes, o nelle atmosfere soul di Come back, commossa ballad che Eddie Vedder ha dedicato alla memoria dell’amico Johnny Ramone. Alla fine il bilancio del capitolo ottavo della discografia del gruppo di Seattle è positivo: è vero, nemmeno questa volta c’è scappata quella petra miliare, quel “classico” che, fatta eccezione forse per il primo ed ormai lontano disco, Vedder e soci non hanno fino ad oggi ncora saputo concretizzare. Ma se non altro “Peral Jam” è l’orgoglioso, ispirato manifesto di una band che ha rifiutato di gettare la spugna, che ha saputo ritornare in scena a testa alta e che forse, per una volta, ha lasciato prevalere la passione sulla coerenza





   
   
   
 




PAUL SIMON
Surprise
Warner



Dopo un’assenza piuttosto lunga (anche se in realtà non è mai stato uno sparatore di album araffica) Paul Simon ritorna con un CD di raffinata maestria che può spiazzare non poco chi se lo ricorda nella stagione d’oro con Garfunkel o anche nella più recente (ma sono comunque passati 20 anni) svolta africana di “Graceland”. Basta leggere sul retro del CD il credito “sonic landscape by Brian Eno” per rendersi conto che le novità non mancano, anche se comunque ricondotte in un ambiente tipicamente “simoniano” fatto di belle canzoni rotonde e soffuse e di una vocalità che riempie da sola ogni “panorama sonico”. In realtà l’architettura del suono è funzionalissima alle qualità di queste canzoni che per taglio e incisività sembrano più articoli del “New Yorker” che pezzi di pop. Sure Don’t Feel Like Love è una meditazione agrodolce sul suolo politico di una persona; Outrageous racconta il punto di vista di un uomo qualunque assediato dalle tante offese di quello che viene considerato il vivere civile. A questo sfoggio di complicata semplicità (o semplice complicazione) danno un importante contributo Pino Palladino e Abraham Laboriel (basso), Steve Gadd (batteria) con l’ospitata assoluta di Herbie Hancock al piano in Wartime Prayer, una delle canzoni più significative e impegnative.