|
|
> recensioni musica italiana FEB-MAR 2007 < |
|
SUBSONICA
Terrestre live e varie altre disfunzioni
Virgin
Per una band che è in giro da un decennio avere all’attivo ben due dischi live ha un significato ben preciso: per i Subsonica il concerto è la dimensione ideale, ancor più della registrazione in studio di dischi che hanno una vita propria. Il primo live, intitolato Controllo del livello di rombo pubblicato nel 2003, conteneva tutta l’energia del caloroso pubblico che affolla i palazzetti della Penisola. In Terrestre Live il gruppo torinese aveva bisogno di aggiungere qualcosa, di dare una nuova chiave all’esperienza dal vivo; così ha pensato di dedicare quasi tutto il secondo Cd a versioni acustiche di alcune canzoni già inserite nel primo live rendendole più intime, aggiungendo il remix di Salto nel vuoto e tre inediti: le cover di Angels di Elliot Smith, Chase The Davil di Max Romero e la triste e delicatissima Coriandoli a Natale scritta dal poeta Luca Ragagnin e Gigi Restagno, talentuoso musicista amico della band scomparso dieci anni fa, proprio quando i Subsonica muovevano i primi passi. In contemporanea con il doppio Cd è uscito anche il Dvd Be Human: Cronache terrestri - Tour 2005.
|
|
MODENA CITY RAMBLERS
Dopo il lungo inverno
Ramblers Records
Di lunghi inverni i Modena City Ramblers ne hanno passati nel corso della loro fortunata carriera, ma finora nessuno è mai stato rigido e ha costretto la band a alcuna privazione sonora. Anche l’ultimo non smentisce la tradizione e si dimostra musicalmente moto mite e clemente. Prodotto da Peter Walsh – artefice del successo dei Simple Minds all’inizio degli anni ‘80 – il nuovo disco dell’ensemble emiliano avanza l’ipotesi della necessità urgente di guardare alla musica come a una collettività altamente inclusiva e paritaria: ecco allora le sognanti melodie irlandesi cedere il passo alle atmosfere orientaleggianti, molto vicine ai romanzi di Orhan Pamuk, di Western Union, quindi al sound rilassato della Giamaica di Il paese delle meraviglie e infine al sanguigno calderone di ritmi africani, blues e folk di Mana Africa. Terry Woods dei pouges e la strepitosa Kocani Orkestar sono solo alcuni degli ospiti che compaiono sulle 19 tracce del disco.
|
|
PETRA MAGONI E FERRUCCIO SPINETTI
Quam Dilecta
Radiofandango
L’usuale carismatica voce di Petra Magoni accompagnata e calibrata dai suoni del contrabbasso parlante di Ferruccio Spinetti: questo è Quam dilecta,il nuovo disco del duo, recupero del passato per la giovane interprete, che ha mosso i suoi primi passi proprio nella musica sacra delle voci bianche del coro della Chiesa di San Nicola a Pisa. Il progetto nasce in rapporto alla rassegna milanese “Musica dei Cieli” per la quale era stato selezionato questo repertorio; ma se ci si aspetta solo un disco di musica sacra ci sarà da stupirsi perché i brani, grazie alla voce di Petra, si trasformano in entità senza dimensione, né età, né genere: dalla classica Ninna Nanna di Brahms, su versi di Enzo Marcacci, all’Ave Verum Mozartiano, a Bach, o alla più popolare Signora delle Cime di Bepi De Marzi. Ma ci sono anche tre brani inediti di composizione del duo, nati su scie improvvisative ma perfettamente integrati nello spirito complessivo dell’album: Impro San Nicola, improvvisazione strumentale, Angeli, sistema di vocalizzi e, Deus, firmato da Petra, Nicola Toscano e Marco Masoni.
|
|
> recensioni musica jazz FEB-MAR 2007 < |
|
ROSARIO GIULIANI
Anything Else
DREYFUS
Si farebbe torto a un disco così bello serrandolo dentro l’hard bop o in uno fra i diversi stili del jazz. E’ il caso piuttosto di soffermarsi su ciò che più attrae di quest’opera: l’equilibrio, la compiutezza, insomma ciò che fa di un insieme di brani altrimenti sciolti espressione di maturità musicale. Si può cominciare dall’alternanza degli stati d’animo che ciascuna composizione esprime e dal modo in cui sono realizzati musicalmente. Incontriamo temi dal fraseggio sinuoso, a volte all’unisono come nel più puo bebop (Walking Around), altre volte veloci ma che emanano all’improvviso indugiare su note lunghe, prese sghembe dall’inteso vibrato di fiati (Blow Out), giochi di salto fra intervalli distanti, allusioni alla danza sul ritmo di una ballad malinconica (Danae), momenti distesi dove mettere in risalto un piccolo dettaglio armonico, altri dove la fantasia è come in piena.
|
|

|
IONATA - MANNUTZA
Lode 4 Joe
WIDE SOUND
Un omaggio ad un grande della storia del jazz Joe Henderson.
Ionata (sax tenore) si muove tra le maglie del miglior repertorio del sassofonista dell’Ohio. Mannutza (piano) rivela pienamente la propria inventiva, che spazia dall’arte di introdurre il discorso musicale a quella di aggirarsi in maniera sempre stimolante nei percorsi armonici, sino alla capacità di dare piglio jazzisitico a ritmi talvolta al confine con la musica accademica. Va segnalato Shade Of Jade dove l’attacco vivace chiarisce che una situazione strumentale come il duo pianoforte e sax non necessariamente deve inclinare all’intellettualismo. Ionata sa essere profondo, senza mai perder il filo della cantabilità, esplora il disegno di questa musica e ne coglie l’anima.
|
|
GIANNI LENOCI
Sextant
Ambiances Magnetiques AM 154
I vari ambiti della ricerca musicale di Lenoci si susseguono in questo bel lavoro nato nei suoi laboratori didattici al conservatorio di Monopoli, nel settembre 2004. La musica (con Lenoci al piano, La Volpe alla chitarra, Massaro al contralto e baritono, Scarafile al soprano, Angiuli al contrabbasso e Magliocchi alla batteria) spazia da riferimenti alle avanguardie statunitensi degli anni Sessanta e Settanta (il Davis elettrico, Dolphy e quant’altro) alla ricerca contemporanea di derivazione classica fino alla sperimentazione che va dal camerismo astratto all’estetica aleatoria.
|
|
> recensioni musica STRANIERA FEB-MAR 2007 < |
|
THE GOOD, THE BAD & THE QUEEN
The Good, The Bad & The Queen
Danger Mouse Parlophone
E’ uno di quei rari dischi che ci si può anche divertire ad immaginare: come il degno epitaffio che è mancato alla gloriosa storia dei Clash, come il seguito al 33 giri che gli Specials non hanno voluto dare a Ghost Town, come l’inatessa svolta “world” che non c’è mai stata nella carriera dei Madness, come un Muswell Hillbillies per gli anni 2000…La lista potrebbe continuare, a condizione di non oltrepassare i confini di quella specie di piovoso stato mentale che da sempre è alla base della grande musica pop inglese: e del resto The Good, The Bad & The Queen non avrebbe potuto nascere che nelle strade di Londra, dove Damon Albarn ha strappato Paul Simonon dei Clash al suo isolamento da pittore, e insieme a Simon Tong (chitarrista dei Verve) e a Tony Allen (batterista leggenda dell’afro-funk di Fela Kuti) ha messo in piedi l’architettura dell’ultimo grande “british album” della sua carriera. Un disco che aggiorna le suggestioni sarcastiche ed eccentriche dei gioielli targati Blur (in particolar modo The Great Escape) all’immaginario cupo di questi tempi, con la guerra e le sue contraddizioni a penetrare nell’anima come una lama. Non ci sono singoli fulminanti, ma c’è una colonna sonora che avvolge come una spirale, rivelandosi ascolto dopo ascolto, perpetuando il mistero e il predominio di quella “piccola isola di razze mescolate”.
|
|
NORAH JONES
Not Too LateBlue
Note
Perfetta, a volte perfettina, nel suo stile tranquillo e romantico, Norah Jones consegna al piacere del suo pubblico un terzo album in linea con le atmosfere che le hanno consentito di diventare una presenza certa del pop raffinato mondiale - ispiratrice anche di un filone che ha già trovato qualche interessante interprete. Ma nessuna è ancora riuscita a batterla là dove la Jones è davvero unica: nella capacità di costruire su una melodia semplice una ballata elegante e indimenticabile che fin dal primo ascolto si caratterizza come “classico”. E’ il caso, questa volta, di Thinking About You, gioiello che ci accompagnerà a lungo nei prossimi mesi. Ma poiché, per fortuna, la ricerca continua e l’esigenza di novità è fondamentale per andare avanti, la Jones riesce anche ad allargare il suo orizzonte uscendo dai canoni della ballata elegante e inserendo anche alcune interessanti increspature come Sinkin’Soon, nella quale si avverte che la musicista sente il fascino di Tom Waits e di un certo rumorismo melodico che allarga l’orizzonte espressivo, o come My Dear Country, nella quale la giovane donna alza lo sguardo oltre il proprio orizzonte sentimentale e produce non un attacco a Bush (sarebbe stato troppo) ma sicuramente un’analasi meno stereotipata dalla società americana, in particolare nel giorno delle elezioni. Album di qualità alta anche nell’orchestrazione e nel limpidissimo suono prodotto.
|
|
THE BRAND NEW HAVIES
Get Used To It
Edel
E’ il 1992: 3 giovani musicisti londinesi, Simon Bartholomew, Andrei Levy e Jan Kincaid, in arte The Brand New Heavies, accomunati da un’inarrestabile passione per il funk scalano le classifiche europee con un disco esplosivo (The Brand New Heavies) che, mescolando melodie soul, ritmiche disco-funky e rarefazioni jazz, diventa il manifesto di quel fervido movimento denominato “acid jazz”. Sonorità live da rare gooves anni ’70 e la magica voce della statunitense N’Dea Davenport sono la loro formula vincente. Dopo 15 anni di numerosi hits e svariati (ma non sempre riusciti) cambi di vocalist femminile, gli Heavies, di nuovo con N’Dea, tornano con Get Used To It intenzionati a riportare “the funk in music”. E il funk è ovunque: sincopato e grezzo (We’ve Got), contaminato da reggae (Get Used To It), ipnosi jazzy (SexGood) ed incendiarie scintille disco (Let’sDo It Again). E se I Don’t Know Why, primo singolo - cover di uno Stevie d’annata - si distingue per la soulful voice della Davenport che“vola” evocativa ed intensa, All Fired Up, meriterebbe un N.1 in classifica. Bentornati!
|
|
|