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> recensioni musica italiana MARZO 2006 < |
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DOLCENERA
Il popolo dei sogni
Amarena Music/Edel
La voce è calda, potente, viva. Il personaggio c’è, sicuramente, in tre anni ha fatto strada, successo, polemica suscitando curiosità da reality show senza dimenticare di dare libero sfogo alle sue passioni musicali, tanto che in questo nuovo album ha anche inserito una cover dei Radiohead: “Wolf At The Door” che diventa Il luminal d’immenso (l’ombra di lui) eseguita con bella passionalità, davvero una bella prova d’orgoglio e di mestiere che automaticamente pone Dolcenera al di fuori e al di sopra del rumore di fondo provocato appunto dalla sua figura di personaggio tv da gossip. Partendo dalla potente canzone sanremese Com’è straordinaria la vita e proseguendo per altre canzoni scritte dalla stessa Dolcenera dimostrando ottime qualità, l’album termina in salita con altri due omaggi: America di Gianna Nannini e Emozioni di Lucio Battisti e Mogol, entrambe interpretate con grinta dosata ed espressiva. Suonando lei stessa il pianoforte e sfruttando al meglio l’esperienza intelligente del produttore Lucio Fabbri, Dolcenera porta l’ascoltatore in un mondo di femminilità moderna, portavoce di un giovane “popolo dei sogni” pieno di speranze e ancora - per fortuna - di belle illusioni. Insomma, la giovane cantante e autrice c’è, eccome. Ha seminato molto e ora deve, con un pizzico di pazienza in più, raccogliere.
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NICKY NICOLAI
L’altalena
Sony Bmg
La seconda partecipazione consecutiva al Festival di Sanremo ha confermato tutto il suo potenziale di classe ed eleganza che in questo CD viene sviluppato in profondità. Da interprete purissima, la Nicolai mette grande cura nella delle canzoni sulle quali adagiare la sua caldissima voce,. Ed è un percorso che già da solo rivela qualità e intensità: Gli itinerari del cuore di Ivan Lins con testo italiano di Bruno Lauzi, Mas profondo que el agua di Mario Reyes, Il valzer del nostro amore (Jovanotti e Giovanni Allevi), la napoletana Fenesta vascia, la storica E la chiamano estate. E altri brani ancora firmati da autori di spessore come Renzo Zenobi, Kaballà. Pasquale Panella, e con alcune musiche scritte dal sassofonista jazz Stefano di Battista che anche nel gruppo dei produttori. Il risultato è un album di light-jazz elegante con 14 brani dai toni delicati, adatti a un ascolto confidenziale e attento a tutte le sfumature di una vocalità precisa e perfetta.
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DELTA V
Pioggia Rosso Acido
Virgin
In qualche modo non si può più scherzare. E’ questo il messaggio che i Delta V lanciano attraverso il nuovo album che esce in occasione dei dieci anni di attività dell’originale laboratorio di suoni ideato da Carlo Bertotti e Flavio Ferri. A dare propellente al messaggio è anche il ritorno nel ruolo di cantante di Francesca Tourè che proprio dieci anni fa con i Delta V si era fatta notare interpretando la cover di “Se telefonando” dalla quale tutto era partito. Più maturi e concreti, questi nuovi Delta V sono fedeli a se stessi ma anche alla propria ansia di ricerca di un pop moderno e lucido, molto affilato nei suoni e nei testi. Indivisibile è in questo senso un manifesto esplicito del progetto che coinvolge tutte le 14 canzoni. C’è molto cinema nel taglio narrativo dei brani e nelle citazioni che vanno da un omaggio a Wenders (Falso Movimento) e uno a Lizzani (S. Babila ore 20). E se da una parte questo nuovo CD fila liscio all’ascolto dall’altra nasconde più livelli di lettura e di ascolto: un’ulteriore dimostrazione della qualità e della maturità raggiunte.
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> recensioni musica jazz MARZO 2006 < |
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STEFANO BOLLANI QUINTET
I VISIONARI
LABEL BLUE
Entusiasmante. Non troviamo altro termine per definire l’esordio discografico di un quintetto che, con assoluta autorità, si propone fin da subito ai massimi vertici del jazz contemporaneo. Parole grosse, direte: ma non c’è alcun rischio di dovercele, in qualche futuro prossimo, rimangiare. Bollani è un autentico prestigiatore della musica che, malgrado il suo rilevante successo popolare ( o forse proprio a causa di questo) ha dovuto subire dalla critica, fin dal suo esordio, ripetute ed eccessive accuse di smodato eclettismo, come se l’apertura mentale, in questi hard times, fosse un difetto e non il valore aggiunto di un musicista di jazz. Qui invece, e speriamo una volta per tutte, vorremmo rimarcare che sono proprio le molte, mille facce di Bollani e dei suoi straordinari collaboratori a costituire la carta vincente del disco e a trascinare l’ignaro ascoltatore in una sarabanda di musica coloratissima, lirica e sarcastica, violenta e malinconica, traboccante di vitalità e mai, mai una sola volta, banale. Niente vogliamo anticipare di ciò che succede in questo doppio album, per non guastare a nessuno il piacere della scoperta; ma ci sembra giusto segnalare che nel corso degli ormai ripetuti ascolti del disco ci siamo visti spesso balenare davanti agli occhi quella che, se ci passate l’orrido neologismo, potremmo definire una neanche troppo nascosta mingusianità, nello spirito più che nel metodo, e che usa il linguaggio del jazz per parlare di vita e di morte, di donne e di uomini, di sensualità e malinconia, di follia e di passione. Quanto basta, in estrema sintesi, per farci apprezzare questo album come una delle più emozionanti avventure sonore degli ultimi tempi.
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ROSALIA DE SOUZA
Brasil precisa balancar
SCHEMA
Nuovo album per la cantante italobrasiliana, nata a Rio e cresciuta negli anni Novanta nella Bari del Fez (Quintetto X, Nicola Conte) prima di trasferirsi nella sua città d’elezione, Roma. Al suo fianco c’è questa volta un’istituzione della bossa nova come Menescal, già al fianco di Jobim e Gilberto e decisamente a suo agio con le cantanti (da Elis Regina a Maria Bethania). Qui Menescal produce, suona e dirige il gruppo di studio, creato a Rio per accompagnare il “ritorno a casa” di Rosalia De Souza; e a lei regala anche tre suoi brani, tra cui la classica Mar amar (scritta con Ronaldo Boscoli). Per il resto, l’album si basa su composizioni di Toco (Tomaz di Cunto), oggi molto in vista in Brasile, e su alcuni classici di Marcos Valle, Edu Lobo, Jobim. Valle e Toco fanno anche la loro comparsa in studio, duettando con la leader. Il risultato è un disco di musica popolare brasiliana in senso molto classico, dove gli strumenti usati, i timbri caldi e naturali e la concezione ritmico-amonica non sono poi così lontani dal mondo del jazz. Chi ricorda la Rosalia De Souza delle precedenti produzioni sotto l’egida di Conte, impregnate di club culture, di loops ritmici e di una concezione della bossa molto stilizzata, la ritrova qui immersa nelle fragranze e nella pastosità dela musica di casa. E la sua voce esile ma limpida appare cresciuta, più sofisticata e convincente.
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ALDO ROMANO
Chante
DREYFUS JAZZ
Che Aldo Romano, italiano di Francia, avesse un (quasi) parallelo legame con la chanson, si sapeva. Ed eccolo, nel suo più nuovo disco, non in semplice veste di autore ma addirittura di cantante. Un nuovo segno di libertà artistica, questo suo modo di esprimersi, a sorpresa ma forse no: perché quei tredici bozzetti nella loro varietà valgono un ritratto, delineano cioè i contorni di un artista genuino, sensibile, espressivo. Di più: sono in fondo proprio le doti che conosciamo in quest’uomo squisito, quindi qualcosa di simile, anche se fuori del suo schema. Potevamo aspettarci da lui. In quattro casi il repertorio porta la firma di Romano stesso: l’intimistica Sans un mot, le non meno deliziose Les papillons de nuit e Rue de Douai che vengono dalla collaborazione con Claude Nougaro, e infine Io qui tu lì, scritta con Nicky Nicolai ed eseguita insieme a Carla Bruni, nota top model che anche come cantante ha già dimostrato di cavarsela proprio bene. Nel resto spuntano cose di Trenet, Ferrè, Misraki, ma c’è anche Cole Porter, né manca quel bestseller internazionale che è Estate di Bruno Martino, trattata con la stessa passionale finezza che usò, al pianoforte, Michel Petrucciani. Avec les anges spunta dal fortunato musical (e film) Irma la dolce. In chiusura ascoltiamo un toccante recupero bilingue del vecchio successo di Gianni Esposito, Les clowns. Il modo di porgere di Aldo Romano è quello di chi ha assorbito la grande tradizione francese, e dunque non pretende di imparentarsi al jazz. Ma jazzistica è in sostanza l’ambientazione, almeno da parte del sestetto, che fa emergere in assoli Bearzatti, Boltro, Trotignon e il giovane ma assai affermato chitarrista francobrasiliano Veras. Anche la larga orchestra, comunque, sa tenersi lontana dal rischio, frequente in simili casi, di inopportune invadenze.
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> recensioni musica estera MARZO 2006 < |
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DAVID GILMOUR
On an Island
EMI
Ci ha messo più di vent’anni (il precedente “About Face” è datato 1984) per pubblicare il nuovo album da solista, ma è comprensibile. Prima David Gilmour ha voluto e dovuto chiudere la pratica Pink Floyd scrivendo una serie di capitoli finale come l’ultima esibizione sul palco del luglio scorso nell’ambito del progetto umanitario “Live Eight”. Nel frattempo stava preparando con calma, tutta calma, questo album profondamente “pinkfloydiano” e quindi profondamente bello, lirico, intenso, malinconico. “On An Island” trae ispirazione dall’azzurro del mediterraneo con tutte le fragranti suggestioni che può scatenare in un anglosassone: lunghe sequenze strumentali che hanno il ritmo e il tempo del sole che si muove in cielo, delle maree e dei tramonti. Il tutto trasportato in quella atmosfera magica e perfetta che è sempre stata l’impianto base degli album dei Pink Floyd, appunto. The Blue o Take a Breath sono caratterizzate dagli assoli vibranti della sua chitarra, This Heaven è un blues viscerale e – a modo suo – aggressivo. Non a caso poi, per realizzare le sue nuove composizioni, Gilmour ha riunito un gruppo di musicisti e amici storici come Phil Manzanera (già dei Roxy Music), Dick Parry (sassofonista in “Dark Side Of The Moon”) e perfino Richard Wright, tastierista dei Pink Floyd. C’è poi da registrare il coinvolgimento di altri nomi storici degli anni ’70 (Robert Wyatt, Graham Nash, Stephen Stills) in questo clima di piacevolissimo viaggio nel suono di straordinaria densità e struttura.
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SKYE
Mind How You Go
Atlantic
Al suo primo album solista, dopo la separazione dai Morcheeba, Skye tiene a precisare: “Non sono stata io ad abbandonare il gruppo. Hanno deciso loro di scioglierlo”. Mind How You Go è un interessante esperimento che combina una scrittura folk con atmosfere suggestive e rarefatte di ispirazione trip-hop. In questi undici brani, quasi tutti lenti, l’elettronica viene utilizzata con sapiente delicatezza, a volte perfino in punta di piedi (vedi la ritmica drum‘n’bass in Stop Complaining), allo scopo di realizzare un perfetto amalgama con la voce melodiosa della Edwards.Che spesso, nell’intento di sottolineare l’importanza dei testi, ha un approccio vocale che la fa sembrare più una cantastorie che una cantante pop. Fatta eccezione per il primo singolo Love Show, qui in effetti c’è poco di accattivante. C’è casomai la volontà di raccontare stati d’animo, da vestire di suoni che li rappresentino in modo realistico. Come per il minimalismo ipnotico di What’s Wrong With Me?, ideale scenario per un lamento ossessivo. Un disco con pochi ritornelli, da scoltare al buio.
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URSULA RUCKER
Ma’At Mama
!K7/Audioglobe
Terza uscita discografica dell’eccelente poetessa-musicista: una conferma delle grandi qualità compositive e interpretative dell’artista di Philadelfia (padre afroamericano, madtre italo-americana: sono quelli della foto all’interno del libretto?), forte di una voce espressiva che emerge da una fantasiosa gamma di suoni, con una miscela di canto e parlato di tagliente nitidezza. Elettronica, hip hop, funky, jazz, afro, con ritmica campionata o meno, uso di voci ospiti come quelle di Sonia Sanchez, Malene Youglao, Gary Smalls e dei figli Sudan e Sol in un paio di intro. Così le ispirazioni, che vanno da Prince a Nina Simone, a Coltrane, e le personali soluzioni, si traducono in un percorso variegato che non ha momenti di flessione, con titoli che toccano rapporti interpersonali, temi femminili e razziali. Dall’iniziale Humbled allla finale L.O.V.E, passando per Libations (tributo percussivo ad artisti e personaggi di varie culture), è l’ennesimo viaggio che lascia il segno.
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