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> recensioni musica italiana settembre 2006 <


AMIR
Uomo di prestigio
Subside Records/VirgiN

Dall’Egitto a Topignatara passando per Toronto. Sono queste le tappe percorse da Amir Issaa, mc, writer e breaker attivo sulla scena romana dal 1992. “Uomo di prestigio”, nato dall’incontro con il produttore italo-canadese E-money, è un album all’insegna di suadenti sonorità etniche, ricco di interessanti spunti sonori che ricordano piacevolmente l’hip-hop “mediterraneo” dei maestri francesi IAM. Le produzioni di E-money assecondano alla perfezione il feeling di Ami accompagnando la voce alla scoperta dei misteri del moderno Oriente. Nostalgia, fantasie e paure di un presente che rifiuta a priori la diversità sono i color forti dei “graffiti verbali” che agitano Amir Issaa, il nuovo re del’hip-hop made in Italy.




PIER CORTESE
Pier Cortese
Universal

Innegabile notare che l’omonimo album di Pier Cortese arriva sull’onda dell’incredibile successo raccolto la scorsa estate dal disco d’esordio di Simone Cristicchi. Cercando per un istante di ignorare alcune affinità vocali molto evidenti con il già famoso collega, il disco veleggia su melodie pop decisamente più adulte come in occasione della bella Prima che cambierà, brano arricchito anche dalla presenza dei fiati. Se con Contraddizioni la ritmica raggiunge l’immediatezza della musica sudamericana, con Souvenir, la migliore performance dell’album, Pier Cortese ritrova quell’accattivante gusto retrò di certi arrangiamenti orchestrali degli anni Sessanta. Ho deciso di stare bene è un contagioso blues all’italiana da gustarsi nella quite di un chiosco in riva al mare. Un’unica importante indicazione prima di dedicarsi all’ascolto di Pier Cortese: dimenticate per un istante Simone Cristicchi e abbandonatevi a un impareggiabile relax sonoro.




 


CAPPELLO A CILINDRO
Per non rallentare
CinicoDisincanto/Edel


Difficile pensare che l’esibizione del concerto del Primo Maggio potesse rappresentare una metà d’arrivo per l’allegro carrozzone dei Cappello a Cilindro. Anzi, l’onore di chiudere il tradizionale appuntamento romano, lungi dall’appagare la fame musicale della band, ha rappresentato un nuovo punto di partenza. Il palco di P.za San Giovanni si è così trasformato in una picaresca locanda da cui, una volta recuperate le energie, ripartire all’inseguimento di quelle sensazioni sonore capaci di animare le ampie falde del cappello a cilindro che poggia sulla vulcanica capoccia di Emanuele Colandrea & soci. La title track racchiude tutta la spensieratezza delle avventure di un Pinocchio divenuto adulto e perso in fitte trame d’amore. Il ticchettio di una nostalgica macchina da scrivere che introduce Il mondo più geniale, ancora la musica del gruppo a un passato che nonostante l’inesorabile incedere degli anni si è mantenuto vivo e vigoroso come un giovincello. Il tocco gentile di All’improvviso sfiora i picchi di creatività del precedente “Poeticherie” per poi sorpassarli sospingendosi più in là, verso l’orizzonte infuocato dalla passione.

 





> recensioni musica jazz settembre 2006 <
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
 


STEFANO BOLLANI
Piano Solo
ECM

L’esordio per ECM segna un punto di arrivo importante per il trentaduenne musicista italiano, nuova stella internazionale del piano jazz. A differenza del recente album: I Visionari (Label Bleu), inciso con il suo quintetto più alcuni ospiti, qui Bollani riesce a dare unità poetica e stilistica agli eterogenei materiali che compongono il repertorio scelto, dove si spazia da Prokofiev a composizioni originali, da Scott Joplin a classici evergreen americani. Strumentista eccelso, di vasta cultura musicale, il pianista riesce a dare forma ad un pensiero coerente, ad una sorta di piano jazz “al quadrato” che mai in precedenza aveva realizzato così efficacemente, andando in profondità nella trama musicale ed espressiva e lasciando emergere quella visione di sintesi nell’uso dello strumento che rivela l’influsso di quel grande artista che fu Jaki Byard. Echi classici, la memoria dello stride piano degli anni ’20, la moderna concezione armonica e fraseologica, il senso della storia tipico dell’attualità jazzistica si fondano in un caleidoscopio sonoro lontano da logiche salottiere ed invece articolato come un ampio affresco, ricco di simboli musicali inseriti dentro la filigrana con cui è costruita la musica. In questo magistrale esempio di contemporaneità jazzistica si avvertono la concentrazione, il senso di responsabilità, l’impegno dell’artista di fronte alla sua opera.

 




 
 
   
 
   
 
   
 
 

E.S.T.
Tuesday Wonderland
ACT

Non tragga in inganno l’elegiaco inizio con moto barocco di Fading Maid Preludium: appena Berglund affonda l’arco su una cordiera pesantemente elettrificata, la sonatina di Svensson se la deve vedere con una linea di basso che armonizza come facevano le chitarre dei Pink Floyd nei loro giorni più cupi. Il brano che dà titolo all’album è poi costruito su un unico crescendo lungamente sostenuto alla ricerca del climax: uno dei mezzi formali da sempre prediletti da questo trio, che così ribadisce come le strutture della musica accademica possano essere anche molto jazzy. Nonostante si incappi anche in una ballad (The Goldhearted Miner) arricchita da preziose sovrapposizioni di pianoforte preparato, in “Tuesday Wonderland” continua a riemergere la matrice dark rock, come nella successiva Brewery Of Beggars in cui due band, una garage rock e l’altra di jazz pop melodico, si contendono la scena. Dopo Beggar’s Blanket, con la sua collisione di timbri in una espressiva rarefazione, il trio di Svensson completa l’opera su toni più pacati. Le composizioni di Tuesday Wonderland riserveranno probabilmente grandi emozioni nelle esecuzioni dal vivo. Su disco, pesa una certa scissione tra l’anima romantica e quella aggressiva del trio ma di certo si tratta di un lavoro vivo ed eccitante.





   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   




ENRICO PIERANUNZI
Untold Story
EGEA


Scegliere nel bouquet dei trii di Pieranunzi? Questi lo ha composto, nel corso del tempo, con tale ricchezza di fiori (cioè musicisti: italiani, europei, americani) da far sì che non si possa nominare a cuor leggero una combinazione beniamina. Ma l’accordo con quei due magnifici statunitensi occuperà sempre un posto privilegiato nella sensibilità dell’ascoltatore. Di quella formazione italo-statunitense “Untold Story” (apparso tredici anni fa come idea 036 e ora lodevolmente riproposto da Egea) fu il primo disco, che destò sorpresa e ammirazione. All’epoca Pieranunzi era già famoso ovunque ma in quell’opera non si notava soltanto un grande pianista adeguatamente accompagnato: c’era e tuttora avvince quell’interiore, “architettonica” unità del trio, espressa dall’abilità di variare combinazioni e situazioni. Il lirismo del pianista romano tocca qui punti altissimi, come in Chantango o in Dream Book, e quel clima si estende nell’apporto squisito del contrabbasso di Johnson (in For Your Peace sembra davvero emergere dalla tastiera del leader e prolungarla). Motian poi è il maestro di sempre in quella sua geniale punteggiatura del discorso musicale. Ai tre, in evidente momento di grazia, gli spunti sono dati da cinque composizioni di Pieranunzi, più due (Abacus e Mode VI) di Motian, mentre Improlude reca le firme di tutti e tre in quanto improvvisato “sul posto” nella più sfrenata libertà (e in coda c’è un sentimentale omaggio a John Lewis).






> recensioni musica estera settembre 2006 <
   
   
 
   
   
   
   
 
 
   
   
 
 



THOM YORKE
The Eraser
XLRecordings/Self

I tanti, tantissimi che attendevano con ansia il nuovo Radiohead non patiranno delusioni: “The Eraser”, debutto solista a sorpresa di Thom Yorke, sembra quasi ricominciare là dove finiva “Kid A”, archiviando il gospel spettrale di “Hail to the thief” e riconnettendosi direttamente al salto nel buio del dopo “Ok Computer”, quando i Radiohead volarono al primo posto delle sclassifiche su entrambe le sponde dell’Atlantico con il loro “Dark Side of the Moon”. Poche, pochissime chitarre, tanta elettronica fredda e chirurgica, il medesimo senso di lancinante smarrimento così tipico delle composizioni del gruppo madre: è la formula scelta da Yorke per questa sua fuga estemporanea. Una formula che funziona ed appassiona grazie anche ad un contenuto melodico nettamente e sorprendentemente spiccato: non ci sono singoli da alta rotazione, ma il fascino di Black Swan, The Clock, Analyse è sinceramente impagabile, e lancia “The Eraser” al top fra le produzioni indie targate 2006.



 
 
   
 
   
   
   
 
   
   
   
 
 


MUSE
Black Holes And Reveletions
Warner Bros


Non è facilissimo cogliere subito il senso di questo CD. O meglio è facilissimo cogliere il fatto che il CD è di straordinario livello qualitativo, una di quelle opere fortunate nelle quali tutto fila dall’inizio per il verso giusto e le canzoni si snodano in fila indiana senza intoppi, con differenze sì ma senza contraddizioni. Poi però ci vuole più di un ascolto per entrare meglio nel cuore del progetto superando le (pur piacevoli) trappole che i Muse hanno seminato lungo il percorso. La prima trappola è pensare che tanta varietà di argomenti significhi un’incertezza negli intenti: passando dalla ballata acustica a fiammate di rock progressivo, i tre conservano uno stile splendidamente compatto che nella finale Knights Of Cydonia ha il suo momento più bello, nella capacità cioè di chiudere un CD così impegnativo con una cavalcata ritmica giocata a briglie sciolte, un inno facile facile, che però marchia indelebilmente tutto un album nel quale è stato ridefinito il concetto di brit-rock. Rendendo omaggio un po’ ai Pink Floyd e un po’ ai Led Zeppelin, i Muse sono riusciti nell’intento di offrire un modernissimo affresco musicale.





   
   
   
 




BEBE
Pafuera Telaranas
Virgin



Il tormentone in lingua spagnola che quasi ogni estate inonda le sponde infuocate della nostra Penisola è oramai un classico da anni ed anche la stagione ’06 non ha fatto eccezione. Stavolta, però, invece del solito karaoke demenziale con tanto di balletti e mossettine coordinate, ha trionfato un pezzo dal testo ruvido, di schietta denuncia della violenza sulle donne, ma musicalmente accattivante. Malo (“cattivo”), ai vertici della classifica airplay, ha imposto anche in Italia la cantautrice spagnola Bebe, che nella penisola iberica e in America latina è una superstar, acclamata in primis dalla critica. Il suo orgoglio di donna latina contro ogni schema e pregiudizio trapela in tutto il disco di debutto, “Pafuera teleranas” (uscito in Spagna ben due anni or sono), e la sua voce carica di energia ed intensità si scatena in ritmi flamenco-rock (Ella) o pop dance (Men Senara) per implodere in pezzi più intimistici, ma ugualmente carichi (Sempre Me Quedara, il migliore del disco). Un album complesso dal sapore dolce amaro per una poetessa valenciana da tenere d’occhio.